CONFERENZA SUL CLIMA E INDIRIZZI DEL PARLAMENTO EUROPEO: PROSEGUE IL PIANO VERDE CON LE RINNOVABILI ANCORA AL CENTRO
Lo scorso 13 novembre il Parlamento Europeo ha approvato una manovra significativa ma sofferta sul fronte della politica climatica. Con 379 voti favorevoli e 248 contrari, l’Aula ha approvato i nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni climalteranti, ridisegnando in parte la rotta del Green Deal originale. L’esito della votazione non mira ad affondare le spinte ambientali Europee, ma ne testimonia una profonda ricalibrazione, necessaria a tenere unita la maggioranza centrista di Ursula Von der Leyen e a respingere le richieste di annullamento totale da parte della destra radicale.
La mediazione, nata dall’asse centrale tra il Partito Popolare Europeo (PPE) e i Socialisti e Democratici (S&D), ha prodotto i seguenti punti chiave:
Il risultato è stato raggiunto non solo dall’intesa tra PPE, S&D e Renew Europe, ma anche, a sorpresa, dall’appoggio dei Verdi e dei gruppi di Sinistra. Questi ultimi, pur definendo la proposta come un “compromesso al ribasso”, hanno optato per il voto favorevole in un’ottica di realpolitik, ritenendo essenziale evitare l’annullamento completo dei target climatici, esplicitamente richiesto dalle parti dell’estrema destra.
Il Partito Popolare Europeo, promotore del Green Deal durante la prima fase della Commissione Von der Leyen, si trova oggi in una posizione spinosa. La pressione di diversi gruppi imprenditoriali che denunciano una perdita di competitività, aggravata dalle spinte interne di europarlamentari provenienti in particolare da Polonia, Francia, Italia, Romania, Ungheria e Bulgaria (che premevano per un abbassamento all’83% della riduzione), ha reso il voto odierno un difficile esercizio di equilibrio.
Il leader del PPE ha scelto di preservare l’alleanza con i moderati e di evitare la tentazione di creare una maggioranza alternativa a destra. La linea del partito si è orientata sul mantenimento di un’ambizione climatica, seppur rivista, respingendo l’ipotesi di azzerare i progressi fatti.
La legislazione approvata passa ora alla fase dei negoziati interistituzionali con il Consiglio dell’Unione Europea. Le criticità e gli ostacoli non mancheranno, ma il voto del 13 novembre invia un messaggio politico chiaro: l’Europa, pur tra mille difficoltà economiche e politiche, non intende rinunciare al suo piano di transizione ecologica.
In tutto questo contesto si inserisce anche l’attuale COP 30 di Belém, in Brasile, che si chiude oggi e dove però l’attenzione sembra essere spostata maggiormente su tematiche finanziare che ambientali.
L’Europa si trova in una posizione difficile a livello internazionale, specialmente riguardo alle politiche ambientali: da un lato gli Stati Uniti che, sotto la politica di Trump, usciranno dall’accordo di Parigi e dall’altro lato la Cina che a livello di emissioni ne produce più di Europa e USA messi insieme. Bruxelles ha invece sulla carta degli ambiziosi obiettivi di sostenibilità che però fatica a raggiungere lasciando così un alto rischio di invasione da parte delle industrie di altri stati, come per i veicoli elettrici cinesi a basso costo. A quasi quattro anni dall’invasione Russa dell’Ucraina, l’Europa fatica ancora per poter ottenere la tanto desiderata indipendenza energetica. Sebbene ad oggi la soluzione più logica sia quella di migliorare la penetrazione rinnovabile nel mix energetico, l’Europa non appare ancora pronta e decisa a raggiungere questa indipendenza.
